La storia di Fermìn

Nell’era della navigazione satellitare e della banda larga, ogni tecnica basata sui sensi umani ci sembra imprecisa e inaffidabile. Eppure ci dimentichiamo che con i suoi 5 sensi (aggiungiamone uno non meglio specificato, l’intuito) l’uomo ha circumnavigato il globo e compiuto imprese che oggi nessuno si sognerebbe di ripetere.

Una notte il solito Fernando, nel corso di una discussione sul rapporto tra strumento e tecnica, mi raccontò un aneddoto curioso su come si naviga in mare. C’è un capitano di nome Fermìn che per lungo tempo ha prestato servizio su una barca da rifornimento che operava sulla rotta La Guaira – Los Roques.

Si racconta che la precisione e la puntualità delle sue rotte fossero ineccepibili. Con le più diverse condizioni metereologiche percorreva le 166 miglia di navigazione in 12 ore. Ma la cosa più sorprendente era il suo strumento di navigazione, una cassa colma di birra e di ghiaccio sulla quale stava seduto mentre era al timone. Seguendo punti di riferimento solo a lui noti, con una precisione invidiabile ad ogni strumento costruito dall’uomo, alla 36.ma lattina di birra che accartocciava seduto al timone varcava la bocca di Sebastopol, l’ingresso sud dell’arcipelago.

Venezuela #2

Per dare un’idea del paese del terzo mondo (con tutto il rispetto) nel quale sono capitato descriverò una piccola attività lavorativa che periodicamente mi trovo ad eseguire per fare in modo che il Veliero che gestisco possa svolgere la sua attività di charter. Si tratta banalmente dell’attività di rifornimento del carburante.

Il motore del Bicho (Beneteau Idylle 15.50)  funziona a gasolio, quello del dinghi (il gommone ausiliario) a benzina, in più per avere i fornelli della cucina funzionanti per fare da mangiare serve gas butano, come in quasi tutte le cucine esistenti. Idrocarburi utilizzati da quasi tutti i motori esistenti e che il Venezuela produce in abbondanza e distribuisce sul suolo nazionale a prezzi ridicoli.

Il trasporto di questi combustibili avviene attraverso delle imbarcazioni che circa 2 volte alla settimana giungono a Los Roques cariche delle preziose risorse, dopo aver affrontato una decina di ore di navigazione dal porto de La Guaira (località portuale di Caracas) . Queste barche, una delle quali è denominata Normandia (si vocifera si tratti di un mezzo che ha operato più di sessant’anni fa nel corso dell’omonimo sbarco), toccano terra in una zona pietrosa dell’isola, deputata ai principali servizi quali l’acqua potabile, l’energia elettrica e lo smaltimento rifiuti (inceneriti a cielo aperto..ndA).

In questo scenario post-bellico, il povero proprietario di barche da diporto (o chi per esso) è costretto a salire sul fidato dinghi, approdare in una spiaggia sporca e pietrosa, aprire il magazzino (se ne ha uno) per tirare fuori i tambores (bidoni di plastica della capacità di 200l) e farli rotolare lungo un tratturo pietroso fino al mezzo di sbarco. Qui contratterà con il capitano della barca e i suoi scagnozzi la quantità che è possibile prelevare, secondo una gerarchia nella quale ci si fa strada a suon di mance, ma dove a spuntarla è comunque la simpatia reciproca. Nonostante i possibili sotterfugi, le attese per il carburante sono piuttosto lunghe perchè la “sete” di idrocarburi affligge l’isola più di altrettanto gravi malattie. Queste attese sono dovute un pò all’indolenza tipica in ogni ruolo e occupazione in questo paese, un pò perchè la rarità dei rifornimenti provoca un’assalto di barcaioli, posadieri, ristoratori e di chi altro soffre per questa tremenda mancanza.

Le operazioni di riempimento dei bidoni si svolgono sul ponte arrugginito di queste chiatte, dove i barcaioli (me compreso) si muovono a piedi nudi, circondati da pericoli di ogni tipo. Devo dire che mi divertono queste attese perchè ho la possibilità di vedere ogni tipo di “assetato” che si affanna per procurarsi la dose necessaria, perchè sul ponte si ride e si scherza e si possono vedere all’opera i favoritismi e gli ostruzionismi del caso.

La parte meno divertente è quando i bidoni, colmi di gasolio e benzina, vengono fatti rotolare prima giù dalla chiatta, e in seguito per lo stesso tratturo pietroso dell’andata, che ovviamente presenta dei tratti di falsopiano decisamente sfavorevoli. Questo sport olimpico ha messo alla dura prova il fisico gracile (da lanciatore di coriandoli, direbbe mia sorella) che mi sono portato dal mio precedente stile di vita e dopo 3 tambores (600kg), ho avuto i pettorali in fiamme per quasi una settimana. Piano piano, con dolore e sudore sto adeguando la mia capacità fisica alle esigenze che questo lavoro richiede in questo angolo del mondo.

L’unica consolazione è che 800l di benzina, 400l di gasolio e 2 bombole di gas costano circa 70 euro, mancia inclusa.

Venezuela #1

Come vedo ciò che mi circonda e come lo rapporto a ciò a cui sono più abituato.

Venezuela, mancanza di padre amoroso.

Questa è la lapidaria definizione che Fernando mi diede una sera, seduti nel pozzetto del Bicho, intenti a riflettere su argomenti che riguardano la vita degli uomini e delle donne in senso ampio. Confesso che la definizione, supportata da numerosi esempi che la vita quotidiana di questo paese mi mette davanti, mi colpisce e mi sembra molto azzeccata.

Qui è frequente incontrare giovani madri che tirano su i propri figli in solitudine, e spesso comn l’ausilio della nonna matera.  I padri hanno figli con donne diverse, e spesso non vivono con loro, evitando di costituire un nucleo famigliare che vive insieme. Ovviamente conosco casi che disconfermano la regola, ma questa tendenza è molto evidente in tutto il Venezuela e forse in Latino America.

La figura paterna è difatto assente o lontana. Ferventi psicanalisti potrebbero elaborare puntuali riflessioni sul tema, mentre qui io mi limito a registrare il fenomeno come una caratteristica locale, quasi un costume, un tratto culturale.

Abituato come sono al modello di famiglia italiano, anch’esso oramai poco più di uno stereotipo, confesso che vedere queste cose mi spiazza. Eppure il “modello venezuelano” è reale e praticato, e non mi sembra di vedere persone disperate o infelici, o per lo meno non più di quante non se ne vedano oggi in Italia.

Da un lato, in Italia, mi sembra ci sia il culto della “sacralità della Famiglia”, un valore imposto più che praticato, quasi un dovere che rischia di soffocare lo slancio vitale della popolazione; dall’altro lato dell’oceano assisto a una procreazione irresponsabile, con una mancanza di accudimento che impedisce quella stabilità necessaria alla creazione di prosperità e ricchezza. Da una parte ho un paese d’origine, l’Italia, colmo di cultura e ricchezze ma vecchio e privo di energia; dall’altro il Venezuela, pieno di vitalità e calore ma incapace di assumere forme stabili, anche e soprattutto politicamente.

Immobilità opposta a dispersione, gli opposti inconciliabili che osservo da queste isole e da questo particolare punto di vista. C’è chi porta tutto sempre e solo al proprio Mulino (per grande o piccolo che sia ha sempre confini netti) in una sorta di solidarietà mafiosa, e chi invece non accumula e accudisce ma disperde, vivendo alla giornata, perchè in fin dei conti un mulino non ce l’ha.

Per il momento mi muovo sugli opposti, sui casi limite, sugli stereotipi che mi aiutano a dare un pò di senso a ciò che mi accade e a confrontare due esperienze di vita radicalmente differenti.